La Grazia dell'Eterno

Chiesa Cristiana Evangelica Pentecostale

Evangelizzazione e comunicazione

di Carmine Napolitano
Premessa

Il nostro tempo è caratterizzato da una profonda e drammatica problematicità; finita l'era delle certezze poggiate su ideologie precarie troppo spesso trasformate in miti escatologici assistiamo al crollo di falsi valori e alla rovina di falsi dèi. Al tempo delle facili risposte è subentrata l'era delle domande pressanti che non ammettono risposte, ma tendono ad instaurare uno scetticismo a 360 gradi compiaciuto di se stesso e delle sue domande; l'uomo pone domande senza cercare più risposte limitandosi ad affermare un po' malinconicamente che l'unica risposta resta la domanda stessa perchè il pensiero è troppo debole per cercare altre risposte. L'annuncio del vangelo come fatto che si svolge nell'ambiente umano non può fare a meno di risentire di questa temperie culturale o, se volete, spirituale; in questo modo la problematizzazione dell'annuncio finisce spesso per paralizzarlo trasformandolo da proclama quale esso è in sommessa riflessione, innescando più la preoccupazione delle domande incalzanti e imbarazzanti che possono venire dall'interlocutore anzichè la ricerca di risposte possibili. Ma ormai anche il mito del domandare, il culto del "perchè" è destinato a declinare inabbissandosi nel gran mare delle ideologie illusioniste; la problematicità che su tutto questiona e tutto mette in questione deve cedere il posto della complessità. La realtà umana più che problematica è complessa e questo significa che quando si opera al suo interno non solo si pongano interrogativi, ma si cerchino anche risposte.
Per queste ragioni parlare di evangelizzazioni oggi non è facile; per la verità credo non lo sia mai stato per due ragioni. La prima riguarda le possibilità stesse di parlarne: dell'evangelizzazione non si parla, l'evangelizzazione si fa; tutto ciò che di teorico si può elaborare è legato sempre all'azione. La seconda riguarda il contenuto: il fondamento dell'evangelizzazione è l'annuncio dell'evangelo secondo le Scritture del Nuovo Testamento; ma sappiamo che l'evangelo è scandalo e paradosso (I Corinzi 1:23) e tale rimane se non lo si svuota dalla sua sostanza; esso richiede la capacità di superare il senso di vergogna e di imbarazzo che può cogliere quelle stesse persone chiamate ad annunciarlo (Romani 1:16). Un altro aspetto su cui pure sorvoliamo è l'impegno e il dovere di ogni cristiamo di annunciare l'evangelo (Marco 16:15); il cristiamo o è un testimone o non è nulla. Ciò implica che il coinvolgimento esistenziale personale nell'annuncio è essenziale; vale a dire che chi annuncia l'evangelo deve aver sperimentato ciò di cui parla altrimenti il suo annuncio non è credibile. L'evangelo è "potenza di Dio" per chi crede; vale a dire che nell'orizzonte della fede agisce come forza trasformatrice e dinamica.
Quel che seguirà in questa nostra conversazione dà per scontato questi concetti: il mio compito non è delineare gli aspetti teologici dell'evangelizzazione, ma anzalizzare l'atto concreto dell'annuncio evangelistico sotto due aspetti pratico/teorici: le dinamiche legate alla comunicazione e l'approccio educativo all'evangelizzazione. Io immagino questi due momenti propedeutici l'uno all'altro nel senso che spiegando perchè l'evangelizzazione è comunicazione si capisce il ruolo che gioca l'educazione.

1.   Evangelizzare è comunicare

Comunicare è quanto noi facciamo in ogni istante della nostra esistenza; è necessario e naturale comunicare. Quando non si comunica o non si riesce a farlo qualcosa non va e spesso tale difficoltà rivela problemi di adattamento e relazionali. Tutti gli organismi viventi hanno un sistema di comunicazione e sanno comunicare; per comunicare basta essere sensibili all'ambiente in cui si trova e interagire con questo.
Nel linguaggio corrente il termine "comunicare" viene usato per indicare contemporaneamente due atti in un uno: esprimere qualcosa e trasmettere qualcosa a qualcuno. I due momenti sono quasi sempre coincidenti. Da queste semplici riflessioni si capisce subito che evangelizzare è comunicare nel senso più immediato e appropriato del termine; evangelizzare, infatti, significa trasmettere un messaggio ad un interlocutore. La dinamica della comunicazione diventa allora decisiva per l'assolvimento del compito; questo significa che la riflessione critica sull'evangelizzazione non riguarda il messaggio da trasmettere, ma il modo in cui viene trasmesso. Ciò è essenziale perchè la comunicazione ha delle condizioni ineliminabili per essere efficace.
Comunicare è lo scambio di informazioni tra due o più entità in grado di emettere e ricevere segnali, intendo per scambio un processo interrattivo in cui è presente un meccanismo di feed back o retroazione; questa è la definizione classica del termine. In buona sostanza questo significa che non possiamo concentrarci solo su ciò che intendiamo comunicare, ma dobbiamo anche badare attentamente con chi comunichiamo e come viene recepita la nostra informazione da chi ci ascolta. Nella comunicazione non c'è solo qualcosa da comunicare c'è anche sempre qualcuno con cui si comunica e a cui si comunica. Riprendendo un simpatico esempio contenuto in un libro sulla comunicazione che consiglio di leggere (Annamaria Testa, Farsi capire. Comunicare con efficacia e creatività nel lavoro e nella vita. Edizione Monolibri, Milano 2000). possiamo dire che c'è molta differenza tra comunicare qualcosa, comunicare a qualcuno e comunicare con qualcuno; avete presente quel gioco con le freccette che si trova spesso nei luna park per vincere una bambolina? C'è una bella differenza tra lanciare la freccetta, colpire il bersaglio e vincere la bambolina; senza contare che ognuno di questi elementi dell'azione offre un punto di vista diverso sull'intera azione (il tipo di freccetta, il tipo di bersaglio, la capacità di lancio, ecc). Questo per dire una cosa semplice e cioè: un atto comunicativo comprende una serie di componenti ognuna delle quali costituisce un elemento indispensabile al compimento dell'atto stesso; se uno di esso non funziona o funziona male è compromesso l'intero atto.
Vi è un'altra dimensione della comunicazione che per lo più ci sfugge; essa non è mai solo un espressione verbale, non si tratta cioè solo di parole. Entrano in gioco una serie di gesti che compongono un comportamento: per parlare c'è bisogno di un apparato vocale e di una bocca; attorno ad essi c'è una faccia e sotto c'è un corpo che continua a "comportarsi" anche quando noi stiamo in silenzio o facciamo cose che sembra non lo riguardino. Ogni discorso è fatto di tanti altri discorsi; gesti e parole si integrano. A volte si rafforzano a vicenda, a volte si contraddicono, a volte risultano incoerenti. Noi siamo consapevoli del fatto che comunichiamo, ma non di tutto il nostro modo di comunicare; senza dimenticare che dietro tutto ciò vi è la nostra cultura, la nostra educazione, i nostri valori e la visione della vita che ci orienta. Tutto ciò entra nella comunicazione che, quindi, diventa un'azione sistemica e complessa. E tutto ciò che riguarda noi nell'azione comunicativa riguarda anche il nostro interlocutore.
Comunicare, quindi, significa anche sempre porre due mondi a confronto.

2.   Le regole della comunicazione

Prima di parlare bisogna ascoltare; per riuscire a farsi capire è indispensabile prima capire. Questa è la prima, grande, necessaria regola della comunicazione. Ogni atto comunicativo presuppone un emittente, un messaggio e un destinatario; quando il messaggio arriva al destinatario lo fa nella forma in cui l'emittente lo ha lanciato. Il destinatario cosa fa? Innanzitutto reagisce in base al grado di comprensione che ha del messaggio; l'attenzione o l'indifferenza dipendono dal grado di comprensione. E da questo dipende il senso che dà al messaggio. Pertanto il segnale che riceve con l'informazione che gli viene data implica un'elaborazione di senso e da questa dipende il comportamento che assume. Ciò significa che la comprensione che egli ha del messaggio deriva da come lui lo percepisce all'interno del suo orizzonte esistenziale nel quale entrano in gioco la sua cultura, la sua educazione, i suoi sentimenti, il suo grado d'istruzione. Perchè la comunicazione sia efficace, dunque, bisogna che essa avvenga in modo comprensibile ed accettabile per il destinatario; ma fare questo è praticamente impossibile se non si ha una chiara idea di chi egli sia sapendo interpretare a propria volta le sue risposte che vengono emesse e recepite con la stessa dinamica del messaggio. Era quanto aveva capito Paolo apostolo quando afferma "mi faccio ogni cosa tutti per salvarne qualcuno" (1 Corinzi 9,19-23); ognuna delle categorie di persone a cui Paolo si riferisce in questo testo poneva particolari problemi di ordine culturale, sociale e teologico oltre che linguistico. L'apostolo era consapevole del fatto che se non avesse calato la sua predicazione all'interno di categorie per loro comprensibili non avrebbe ottenuto alcun risultato. Le etichette sono trappole e uno dei modi per stabilizzare inutilmente un certo comportamento consiste nell'etichettarlo. Questa è la seconda regola della comunicazione: mai commettere l'errore di giudicare a priori l'interlocutore senza aver prima provato a capirlo e a conoscerlo.
Un atto comunicativo è sempre un atto relazionale; una relazione è propriamente il legame che c'è tra due soggetti nella forma speciale che assume proprio perchè sono loro e non altri; è lo scambio considerato non dal punto di vista del "che cosa", ma dal punto di vista del "come", dal punto di vista della struttura dello scambio e non dell'oggetto scambiato. Quando diciamo "relazione" stiamo parlando di come ci leghiamo agendo e retroagendo, trasferendoci informazioni: quindi comunicando secondo i modi che ciascun soggetto della relazione contribuisce a definire. Si comunica essendo come si è nel momento in cui si comunica: nessuno di noi è nella tabula rasa; ogni identità individuale comprende memoria del passato, criteri, valori e giudizi, pregiudizi, frustazioni, desideri, conoscenza, esperienza, attitudini e competenza, modi di fare e ragionare. Ma altrettanto importante è quest'altra considerazione: non c'è io dove non c'è comunità; noi non ci poniamo in relazione agli altri come le persone che siamo in astratto, noi siamo chi siamo nella nostra relazione con gli altri.
Le relazioni, secondo una definizione classica, possono essere simmetriche o complementari. Sono simmetriche le relazioni fondate sull'uguaglianza e la minimizzazione delle differenze; sono complementari le relazioni fondate sulla differenza e la sua accentuazione. Nella prima forma di relazione ci si trova sullo stesso piano, per così dire; nella seconda ci si trova su piani diversi. Le due forme di relazione non caratterizzano solo rapporti diversi l'uno dall'altro; una persona si può trovare coinvolta in una delle due forme anche all'interno di una stessa relazione. Una componente essenziale della relazione è il fattore emotivo. Le emozioni fanno parte del nostro corredo biologico e costituiscono un sistema di risposte istantanee ad una sollecitazione ambientale. Spesso sono incontrollabili e nella comunicazione possono giocare un ruolo importante. Ciò dà alla comunicazione un carattere di imprevedibilità dove la formazione e la creatività individuale possono essere importanti.

3.   Il contenuto dell'evangelizzazione

L'evangelizzazione è l'annuncio dell'Evangelo; questo significa che essa ha poco a che vedere con la comunicazione ecclesiastica che è una particolare forma di comunicazione religiosa e che riguarda le organizzazioni, peratanto si configura come comunicazione istituzionale. Ritengo che uno dei maggiori ostacoli ad un' evangelizzazione credibile sia proprio l'identificazione di questa con la comunicazione delle istituzioni ecclesiastiche: più che predicare l'evangelo, si predica ciò che le chiese pensano dell'evangelo. E' importante che si eviti qualsiasi tentativo di acculturazione cercando di sminuire i valori dell'altro a vantaggio dei propri; sul piano della comunicazione questo può essere un errore fatale. Nessun è disposto a rinunciare ai propri valori e alla propria visione della vita senza "conversione"; pertanto è inutile imboccare la via del convincimento culturale. Per evitare questo rischio è necessario tener conto del fatto che l'evangelizzazione è sostanzialmente un'azione di annuncio che riguarda un fatto rispetto al quale bisogna prendere una decisione : "Chi dice la gente che io sia?" chiese Gesù ai suoi discepoli (Marco 8:27). E' questa la situazione che l'annuncio dell'evangelo crea. Il destinatario del messaggio deve avere ben chiaro che non gli stiamo ponendo l'adesione ad una chiesa o uno stile di vita; gli stiamo solo chiedendo di prendere una decisione in merito ad una persona. E' evidente che qui la consapevolezza biblica e teologica di che cosa sia l'annuncio dell'evangelo gioca un ruolo importante. E altrettanto importante è il ruolo che gioca il nostro rapporto con la persona che presentiamo agli altri; se parliamo di uno che non conosciamo come possiamo sperare di essere credibili? E se lo conosciamo quel è l'influenza che esercita su di noi e come gli altri la possono vedere? Queste sono le domande che deve rispondere in via preliminare chi evangelizza. Così chi annuncia e chi ascolta si trovano impegnati in un processo di ricerca parallelo il cui punto di incontro non è basato sul loro accordo, ma sul rapporto che instaurano con quanto viene annunciato; in questo senso nessuno dei due possiede la verità, ma entrambi sono chiamati a confrontarsi con essa. Annunciare l'evangelo non significa giudicare l'altro e la sua situazione, ma offre un'alternativa a quella situazione.
Molto spesso a noi pare che questo atteggiamento sia un cedimento al compromesso; è la posizione di quelli che pensano che bisogna dire pane al pane e vino al vino. Perciò si chiamano in causa il diavolo, l'inferno, il peccato e altro. Ma qui il problema non è ciò che si dice; è la credibilità di chi la dice. Nell'evangelizzazione si mette in gioco non l'annuncio, ma chi annuncia. Tutti sanno che le cose migliori dette male o fuori posto producono effetti negativi perchè le persone prima delle intenzioni vedono i comportamenti; un comportamento discutibile difficilmente potrà comunicare una buona intenzione. Non si può negare che la propensione a conquistare adepti per la propria comunità o chiesa di appartenenza spesso porta a confondere l'evangelizzazione con la catechesi; sono due momenti piuttosto distinti se non diversi che dovrebbero corrispondere a figure diverse: insomma l'evangelista non è il pastore o l'insegnante a cui meglio si addice l'attività catechetica. In questo senso spesso si inverte il senso di marcia. Gesù non invitò i due discepoli di Giovanni a vedere dove dimorava; prima fu la domanda dei due: "maestro dove dimori?" e solo dopo Gesù rispose: "Venite e vedete" (Giovanni 1:38,39). Evangelizzare significa porre le persone di fronte a Gesù; se il modo in cui lo facciamo è credibile ad un certo punto ci sarà chiesto cosa fare, dove farlo e con chi farlo. A quel punto l'evangelizzazione è già finita; comincia un'altra fase.
La credibilità è il rinforzo dell'annuncio e il modo più corretto di essere testimoni; spesso sfugge questa posizione: noi siamo testimoni, non giudici. Solo lo Spirito di Dio può convincere facendo risuonare l'annuncio come appello e giudizio. Questa impostazione del discorso non deve fuorviare circa il carattere definitivo del messaggio evangelico contenuto nell'azione evangelizzatrice; ma esso rimane comunque legato alla ricezione dell'ascoltatore che lo assume per se sulla base della credibilità di chi annuncia. Una credibilità che passa anche e spesso soprattutto per la capacità di ascolto di chi reca il messaggio. In questo modo nella comunicazione è garantita la posizione di tutti: di chi annuncia per la sua responsabilità che poi è essenzialmente fedeltà: di chi ascolta che non vive l'annuncio come un giudizio umano e perciò come una costrizione; ma soprattutto è garantita l'azione dello Spirito Santo che tra l'annuncio e la conversione è l'unico tramite e il vero catalizzatore.
Essere credibili, saper mettersi in ascolto significa intendere la testimonianza non solo come semplice annuncio, ma anche come capacità di presenza; l'evangelo è rivolto a tutto l'uomo oltre che a tutti gli uomini. Non si può puntare solo alla dimensione spirituale, bisogna avere il coraggio e la volontà di coinvolgersi anche nelle problematiche sociali e culturali e, se vi sono le condizioni, anche politiche. Naturalmente l'annuncio dell'evangelo non si identifica con queste cose; non è solo questo, ma è anche questo, anzi in alcuni contesti comincia da questo.

4.   Quante forme di evangelizzazione?

A questo punto, dunque, dobbiamo porci la domanda: quante forme di evangelizzazione esistono? E la nostra riflessione deve cominciare chiedendoci quando e chi si evangelizza. Vi sono due testi del NT che a questo proposito mi sembrano molto chiari. Paolo apostolo nella lettere agli efesini (5,16) invita ad usare tutte le opportunità favorevoli; Gesù invita i suoi discepoli dapertutto e verso ogni persona. (Matteo 28,19-20). Potremmo dire, in altre parole, che l'evangelizzazione ha un carattere globale e permanente. L'attenzione al contesto entro il quale avviene l'azione evangelistica impone di diversificare gli strumenti. E' evidente che le forme dell'evangelizzazione sono corrispondenti alle necessità e perciò diverse e diversificanti; il problema non è il mezzo, come abbiamo detto, ma il fine e forse questo è l'unico discorso teologico dove possiamo affermare che il fine giustifica i mezzi. Per comodità di esposizione limiterò la riflessione a tre ambiti evangelistici all'interno dei quali ci si muove con strumenti diversi.
Il primo ambito è quello individuale. In questo ambito l'evangelizzazione è interpersonale, nel senso che impegna gli individui nell'ambiente in cui sono collocati: famiglia, lavoro, ceto sociale, ecc. In questo ambito la comunicazione deve mantenere una caratteristica simmetrica, cioè deve essere tenuta più o meno sullo stesso piano di comprensione dell'interlocutore perchè il discorso è quasi sempre a quattr'occhi, per così dire. E' un ambito in cui conta molto non solo il linguaggio verbale, ma anche quello non verbale che poi è legato ai comportamenti.
Il secondo ambito è quello comunitario. l'evangelizzazione è fatta sempre da persone singole, ma spesso ricade sotto il segno di iniziative ecclesiali e perciò comunitarie. In questo ambito essa impegna la comunità in uno sforzò di confronto con il contesto sociale e cittadino e non può prescindere dalla conoscenza di tale contesto; la comunicazione va gestita attentamente sul piano dell'immaggine perchè l'azione individuale sarà condiziontata dall'immaggine che avrà la comunità e viceversa. E' importante che la comunità viva anche una certa presenza all'interno del contesto cittadino e sappia interloquire con i suoi bisogni mettendo in campo, se ne ha le possibilità, forme di intervento.
Il terzo ambito è quello intercomunitario. Si tratta di una dimensione molto delicata dell'evangelizzazione che purtropppo è sottovalutata mentre diventa sempre più urgente una riflessione approfondita su di essa. In questo ambito la credibilità gioca un ruolo decisivo perchè l'evangelizzazione è strettamente legata alla capacità che diverse chiese su uno stesso territorio sviluppano per attuare un lavoro comune. Insomma, entra in gioco la questione ecumenica in senso molto largo perchè il termine può significare molte cose. Non si può trascurare il fatto che uno dei danni più gravi all'evangelizzazione e soprattutto alla missione è stata ed è la concorrenza tra le vaire chiese, per cui spesso l'evangelizzazione è stata identificata con il proselitismo inteso come gara tra le chiese. Ormai siamo in uno scenario del tutto mutato; perchè le chiese si svuotano e la gente non è assolutamente disposta ad ascoltare discorsi che vanno contro qualcuno o qualcosa. Bisognerebbe riscoprire la capacità antica che le chiese avevano di dividersi il lavoro per zone cercando di non pestarsi i piedi a vicenda e recuperare un certo stile corretto nell'incentrare l'annuncio non contro qualcuno, ma a favore di Cristo. Vi è una parola molto impegnativa di Gesù che va in questa direzione: "il mondo riconoscerà che siete miei discepoli dall'amore che ci sarà tra di voi". (Giovanni 13,35; 17,21); la capacità di vivere in modo corretto la diversità tra le varie chiese è condizione indispensabile per essere credibili in un mondo smaliziato e disincantato.

5.   Educarsi ed educare all'evangelizzazione

Quanto detto finora rende abbastanza comprensibile quanto diremo in seguito; è evidente, infatti, che l'evangelizzazione come dinamica rientrante nell'ambito della comunicazione richiede un'educazione nel senso più ampio del termine, vale a dire un processo formativo che tende ad unire il sapere ed il saper fare. Non è un caso che oggi la comunicazione viene studiata nelle Università come ambito formativo a sé: esistono i corsi di laurea in Scienze della Comunicazione. Purtroppo la formazione in vista dell'azione evangelistica è molto carente; quel poco di formazione che esiste è rivolta alla sfera pastorale, ma la formazione di evangelisti è cosa quasi inesistente. Eppure già la diversificazione dei ministeri così come il NT ce li presenta avrebbe dovuto suggerire che quello dell'evangelista è compito specifico e distinto. Naturalmente dicendo queste cose ho già dato una precisa direzione al mio discorso perché in realtà sto distinguendo il dovere di ogni credente convertito ad evangelizzare dallo specifico ministero evangelistico; anche questa, però, è una distinzione biblico/teologica alla quale faccio solo cenno perché non rientra nell'argomento di cui stiamo trattando.
Che vuol dire, allora, educare ed educarsi all'evangelizzazione? Sostanzialmente vuol dire che le chiese dovrebbero approntare degli strumenti formativi adeguati e le persone dovrebbero capire che prima di intraprendere questo tipo di ministero è necessario un percorso formativo adeguato unito ad un significativo periodo di discepolato sul campo.
E gli ambiti entro i quali svolgere questa formazione sono dati precisamente dalle aree di riflessione che abbiamo delineato in precedenza; vale a dire: competenza biblico/teologica; capacità di gestire le varie forme di comunicazione; acquisizione di uno stile di comportamento credibile; capacità di analisi del contesto dove si opera; abilità nell'utilizzo appropriato dei vari mezzi di comunicazione: capacità di elaborare strategie produttive di presenza sociale.

6.   L'evangelizzazione come fatto educativo

Il rapporto tra l'evangelizzazione e l'educazione non si esaurisce, tuttavia, solo nella dinamica formativa dell'evangelista; l'evangelizzazione in virtù del proprio contenuto è atto educativo. Su questo ci dobbiamo trattenere un po'. Il termine "educazione" deriva dal latino educere che nella sua accezione più ampia significa "condurre fuori"; in latino la parola è formata dalla particella e e dal verbo ducere. Come si sa la particella e denota origine e provenienza, non tanto allontanamento che in latino si esprime con la particella a o ab. Il termine educazione, quindi, indica non tanto un allontanamento, ma un far venir fuori da una situazione, un superamento della posizione originaria da cui non si può prescindere; in questo senso l'educazione non implica coercizione o sradicamento, ma maturazione di prospettive come un lievito che fermentando produce un'evoluzione della situazione fino a farla superare e a farla diventare altra da quella iniziale quasi come un risultato naturale. Su questo significato del termine educazione oggi tutti i pedagogisti sono più o meno concordi. Dire che l'evangelizzazione è un atto educativo significa proprio questo; non si tenta di sovrapporre una cultura ad un'altra, ma di far scaturire dal confronto una situazione nuova. Chi annuncia l'evangelo in qualche modo educa perché invita ad un superamento della situazione di partenza per una decisione che condurrà altrove. E' importante, perciò, saper distinguere la propria esperienza di fede dall'annuncio dell'evangelo e mettere in preventivo che la risposta o l'esperienza di fede del nostro interlocutore possa avvenire per vie diverse dalle nostre; l'incontro con Cristo è sempre produttivo di novità e non è detto che avvengano le stesse cose avvenute a chi evangelizza: i destinatari dell'evangelizzazione non devono diventare imitatori di chi gli reca il messaggio. E' scritto: "Ora questa è la vita eterna: che conoscano te come solo vero Dio e Gesù Cristo che tu hai mandato" (Giovanni 17:3). E questo è l'obiettivo e la sostanza dell'evangelizzazione. Poi potrà accadere che le persone seguano il Signore, ma non insieme a noi; anche qui valgono le parole di Gesù: "Chi non è contro voi è per voi" (Luca 9:50). Annunciatori dell'evangelo non si nasce, ma si diventa: per vocazione e formazione.
La formazione consiste nel dare forma (corretta e appropriata) all'azione; ciò implica anche la capacità di valutare criticamente il proprio lavoro evangelistico per liberarlo eventualmente da elementi impropri. A tal fine possono essere di notevole aiuto seminari di aggiornamento che possono aiutare a mettere a fuoco prospettive non considerate o nuove problematiche emergenti.

7.   Evangelizzazione e pluralismo culturale

Una delle problematiche emergenti nella dinamica evangelistica è senza dubbio il confronto con il pluralismo culturale; alcuni confondono il pluralismo con il relativismo; sono due cose molto diverse. Il relativismo pone al centro del proprio sistema culturale l'idea che non ci sono valori assoluti; di conseguenza tutto è legato alle scelte individuali e alla utilità o all'opportunità del momento. Il pluralismo, invece, pone al centro del proprio sistema culturale l'idea che vi sono valori assoluti, ma che questi valori non sono tutti uguali e coincidenti; essi sono sistemi entro i quali vi è una logica e un fondamento di pari dignità con altri sistemi. Si tratta di una posizione che nelle questioni religiose è più facile incontrare sul piano concreto. Per esempio: per essere persone corrette e vivere secondo princìpi sani bisogna per forza essere cristiani? E' una domanda che viene posta spesso oggi. Non si può negare che la correttezza morale ed etica può essere patrimonio di altre religioni, ma anche di culture in cui la fede non ha nessun posto: non è detto che un ateo, per esempio, debba essere un delinquente. Molti dichiarano apertamente di essere atei o agnostici, ma conducono una vita esemplare. Si tratta di universi culturali che reclamano una dignità propria a prescindere dalla fede; in una parola: siamo chiamati a confrontarci con una cultura pluralista. Quando si confondono questi atteggiamenti con il relativismo si commette un grave errore e non si coglie il vero problema con il risultato di chiudere la comunicazione.
Il pluralismo è figlio dell'innalzamento del livello di istruzione e quindi della maggiore capacità di informazione che un individuo ha; si tratta di un prodotto diretto dei meccanismi di comunicazione globale a cui il nostro mondo dovrà adattarsi sempre di più. Chi evangelizza non può fare a meno di confrontarsi con questa situazione e si tratta di una situazione dove il confronto dialettico assume un'importanza decisiva perchè spesso le domande a cui rispondere sono: Perchè bisogna credere? Che senso ha la fede? Aver fede significa essere credenti, perciò significa credere. Ma chi è oggi il credente e di quale fede parliamo? Nella costellazione di senso che l'uomo contemporaneo ritrova come scenario della sua esistenza parlare di fede significa sempre parlare di una fede; non può essere diversamente se ci limitiamo agli aspetti contenutistici. Infatti, nel senso comune avere fede significa fare riferimento a precisi contenuti i quali, a loro volta, sono strettamente legati ad una precisa appartenenza ad una comunità entro la quale si esercita la fede. In questo senso fede e religione tendono ad identificarsi e perciò è credente chi è religioso. Una fede che annuncia è una fede disponibile alla comunicazione e perciò un/una credente disponibile alla comunicazione è un/una credente che rinuncia alla lotta per affermare in modo assoluto la sua propria posizione, ma preferisce la comunicazione o, se vogliamo, la lotta amorosa con le posizioni degli altri. Una fede che interrompe o ostacola questo circuito corre il rischio di diventare diabolica perchè nega le ragioni ultime e fondati della sua testimonianza che è apertura verso l'altro e non chiusura. I credenti autentici realizzano la comunicazione perchè sanno porsi in ascolto dell'altro e sanno cogliere anche il suo bisogno di esporre le proprie convinzioni; e nell'ascolto bisogna saper dare spazio adeguato al silenzio che è dimensione essenziale dell'ascolto. Così quando si prenderà o risprenderà la parola si potrà essere più sicuri di aver capito le ragioni dell'altro e forse il discorso procederà in una direzione più certa.
L'annuncio si concretizza quando vi è un interlocutore a cui esso è diretto e perciò diventa comunicazione. Il credente svolge il suo compito nella comunicazione e questa comunicazione va tenuta aperta costantemente nonostante il tipo di accoglienza che l'annuncio riceve; per questa ragione il credente non può interrompere la comunicazione a favore del contenuto della sua fede, perchè il contenuto della fede è precisamente la volontà di comunicare con l'altro senza per questo aspettarsi che l'altro si convinca o si converta. Non appartiene alla comunicazione la conversione; la conversione è affare che riguarda solo ed esclusivamente il mio interlocutore; io non mi pongo altro problema se non l'annuncio come canale di comunicazione essendo uomo tra gli uomini con le mie miserie, le mie caducità, le mie difficoltà, le mie problematicità e, ciò nonostante, il mio essere credente. In quanto credente, io non so più di chi non crede; propongo solo un'ulteriore passo rispetto al limite del sapere.

 

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