La figura di Paolo nelle lettere pastorali
di Stefano De Cario
Introduzione:
Grazie all’utilizzazione dell’immagine di Paolo nelle epistole pastorali, si può far luce su una generazione consapevole di vivere una età di transizione. Infatti secondo i criteri concernenti la storia del cristianesimo, siamo di fronte a quella che può essere a ragione definita come l’età sub-apostolica. Tuttavia per far fronte alle difficoltà del trapasso, l’immagine di Paolo nell’insieme delle lettere mira a garantire uno stretto legame dal punto di vista dottrinale, storico ed esistenziale, con gli inizi normativi della fede. L’autore quindi, secondo la propria visione, evidenzia tre nuclei d’interesse: l’evento di Damasco, la vita apostolica, il martirio e il testamento spirituale.
L’evento di Damasco
(1 Tim 1. 11-15)
L’autore attraverso gli elementi formali di ringraziamento presenti all’inizio dei versi sopraccitati, intende evidenziare il vero motivo di ringraziamento. Per Paolo tal motivo è presente nell’azione misericordiosa che Gesù Cristo ha verso di lui (12-14), azione che è evidente nella missione di Gesù (v. 15), che diventa azione eccezionale nei confronti di Paolo considerato come specchio e prototipo della misericordia di Cristo per tutti i peccatori che abbracceranno la fede (vv. 15-16).
Non a caso nel testo (v. 13), il tempo pre-cristiano di Paolo confrontato con la testimonianza resa dall’apostolo nelle epistole ai versi (1Cor. 15,9; Gal. 1,13; fil. 3,6), viene qui denigrata. Mentre Paolo sottolinea in modo negativo soltanto la sua attività di persecutore, egli quì è indicato anche come bestemmiatore e prepotente. Non viene invece menzionata affatto la pietà verso la Toràh posta in evidenza da Paolo stesso come causa della persecuzione dei cristiani. La personale e unica esperienza storica di Paolo, quindi è trascurata al fine di presentare se stesso come tipo di uomo lontano da Dio. Pertanto è chiara la tendenza a presentare Paolo da una parte come esempio del peccatore a cui è stata concessa la grazia, dall’altra come esempio di cambiamento, non già inteso semplicemente alla stregua di una mera conversione individuale ma soprattutto come chiamata da parte del Signore in nome del vangelo.
La vita apostolica
Le lettere pastorali sono concordi nel presentare Paolo come “apostolo di Gesù Cristo”, secondo quanto affermato anche nelle letture di alcune epistole ( Gal. 1,1; 1Cor.1,1; 2Cor. 1,1). Si deve notare che Dio e Cristo, appaiono come autori diretti della chiamata di Paolo, quasi a voler sottolineare una sorta di apostolato “unico”. Viceversa nelle lettere autentiche egli si colloca sempre all’interno di una pluralità di apostoli, i quali per di più lo erano “prima di lui” ( Gal. 1,17).
L’attività apostolica di Paolo nelle pastorali, consiste inoltre non già nel fondare chiese o nel dirigerle mediante la stesura di lettere, bensì, nell’assicurarsi che in futuro qualcuno possa continuare in modo giusto la sua opera. È per questa ragione che in queste epistole, l’apostolo indirizza le sue lettere a Timoteo e Tito, ed in esse dà loro regole per episcopi, presbiteri, diaconi e vedove, chiedendo un serrato impegno per contrastare la diffusione di tutte quelle che venivano considerate come false dottrine, a difesa della bontà, della creazione e del matrimonio.
L’attività apostolica di Paolo infine risulta essere piuttosto amareggiata da sofferenze (2 Tim. 1,12; 2,9), da apostasie di collaboratori (1Tim.1, 19-20; 2Tim.2,17), dall’abbandono e inaspettati tradimenti improvvisi, di coloro che sembravano resi partecipi e seguaci della parola di Dio, grazie all’ opera divulgativa ( 2Tim. 1,15; 2Tim. 4,10-16).
Ma Paolo ha avuto il vangelo da Dio con il compito di conservarlo intatto fino all’apparizione definitiva di Cristo (Epifania), a tal fine il titolare del ministero sarà assistito dallo Spirito Santo che lo accompagnerà nel difficile compito di respingere ogni minaccia rappresentata dagli eretici.
Non si può certo pensare di riuscire ad arrestare l’eresia, essa piuttosto si allarga come una cancrena contagiosa e i particolari riferimenti ad Imeneo e Fileto noti nella comunità in questione, non come avversari contemporanei, ma come personaggi del passato, mettendo in evidenza lo stato d’animo dell’apostolo, al fine di rendere chiaro il problema urgente che incombe sulla comunità e sulle coscienze.
In Particolar modo, l’autore volge l’attenzione a Paolo il sofferente, lo fa collegandosi agli enunciati dell’apostolo Paolo che indicava se stesso come “prigioniero di Cristo Gesù” (Film.1,9), che si gloriava delle sue catene ( Film.10,13; Fil. 1,7-13-17). In tempi difficili in cui si viveva sotto l’imperatore Diocleziano, ogni guida della comunità religiosa era a rischio. Il cristianesimo era considerato reato e i cristiani perseguitati, di conseguenza avrebbero potuto trovarsi nella situazione di dover essere incarcerati e incatenati come comuni criminali. Paolo è qui presentato come il tipo di prigioniero per Cristo, ed è il luminoso esempio per tutte le guide della comunità, dove l’eventualità di andare incontro ad una sofferenza per il vangelo, non poteva di certo rappresentare o costituire un valido motivo per rinunciare all’incarico.
Se il destino prevede delle sofferenze per l’apostolo, viceversa ciò potrà servire a portare avanti la divulgazione e l’annunciazione del messaggio cristiano e quindi, in ultima analisi, sarà la stessa sofferenza che condurrà gli uomini a Cristo.
Martirio e testamento spirituale
Contrariamente ai testi della vita apostolica che sono segnati dall’amarezza, quello del martirio di Paolo ( 2 Tim. 4 3-8) è inaspettatamente segnato dalla serenità e dalla sazietà spirituale. Paolo vi appare come sacrificio di libazione ( ossia l’offerta di un po’ di vino, acqua, latte o miele erano frequenti nella religione greca, dove venivano offerte nel culto dei morti in un giuramento, come azione di accompagnamento di preghiere private. Anche l’Antico Testamento per il culto nel tempio a Gerusalemme stabilisce tavolta libagioni Es. 29,40; Num.28,7), usando questo e altri concetti cultuali in senso spiritualizzato, come colui che ha combattuto la buona battaglia e che attende ancora il suo discepolo. Paolo in questi versi viene presentato anche come l’atleta coronato da successo che è finalmente giunto al traguardo, che ha mantenuto la fedeltà cui devono essere continuamente esortati coloro che vivono e lottano. Come per il vincitore allo stadio è pronta una corona, così per il fedele annunciatore del vangelo è pronta la corona della “giustizia”.
Conclusione
Nel difficile trapasso d’epoca della fine del primo secolo, l’immagine di Paolo serve dunque all’autore delle lettere pastorali come buon esempio da seguire contro i falsi insegnamenti, come autorità garante delle strutture ministeriali che si vanno elaborando, e come apostolo convertito e martire da imitare nelle difficoltà e nelle persecuzioni.
E’ un’ immagine forse di profilo meno alto di quello che si ricava dalle lettere autentiche, ma pur sempre si tratta di un’ immagine capace di fornire a cristiani di età sub-apostolica il bilancio della vita dell’apostolo Paolo, così da favorire la formazione della consapevolezza di quali siano i doveri nel servizio reso per favorire la diffusione della cristianità.
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