Raduno a Scalea
Anche quest'anno si è svolto l'ormai consueto raduno della C.C.P.I., congregazione a cui fa capo la nostra comunità.
Grazie a Dio, anche la nostra comunità ha avuto modo di prenderne parte con una sessantina di persone.
Come da qualche anno a questa parte, il convegno ha avuto luogo a Scalea, in provincia di Cosenza, nei giorni 9-10-11 maggio.
Il tema scelto quest'anno è stato: "Il mandato di Gesù alla Chiesa". Riguardo a questo tema, abbiamo avuto due studi nella giornata di sabato; ma andiamo con ordine.
I vari appuntamenti:
V E N E R D I S E R A
All'arrivo abbiamo avuto una sorpresa. Non c'è stato l'abituale incontro di presentazione del convegno. Invece, come a voler mettere da subito in pratica quello che è poi stato l'invito generale del raduno, abbiamo avuto un'evangelizzazione in una piazza di Scalea.
L'evangelizzazione è stata curata dai fratelli di Messina della comunità del fratello Gemelli.
Dopo aver cantato qualche inno, e dopo esserci presentati, alcuni fratelli hanno testimoniato del come il Signore s'è lasciato conoscere da loro.
I primi a testimoniare sono stati due coniugi, che hanno testimoniato del devastante impatto della droga sulle loro vite.
Testimonianze
Il fratello ha raccontato di aver cominciato a fare uso di droghe all'età di 14 anni e di esserne rimasto sotto il dominio per 15 lunghi anni. Così come tante altre vittime della droga ci hanno raccontato in passato, il fratello provava ad uscire in tutti modi dalla sua condizione di schiavitù, ma senza risultati.
Decise quindi di sposarsi, sperando di poter trovare una possibile via d'uscita nel calore di una famiglia. Inizialmente la cosa sembrava funzionare. Ma lui non era mai stato libero dalla droga. Aveva continuato a drogarsi; e quando dopo qualche tempo la moglie lo venne a sapere, in quella casa scoppiò l'inferno.
La moglie ha testimoniato di quanto quei 5 anni siano stati durissimi. Ma, gloria a Dio, il Signore ha avuto pietà di loro, è intervenuto nella loro vita, e da lì in avanti questa famiglia serve il Signore assieme.
Ha poi testimoniato un'altra sorella, sempre della comunità di Messina. Ha iniziato la sua testimonianza, raccontando di un trauma che ha segnato tutta la sua vita. A 7 anni viene abbandonata dal papà e questo evento condiziona inevitabilmente la sua vita; e la condiziona a tal punto che già da adolescente lei si considera una ragazza infelice. Frequentemente pensava al suicidio. Ma una volta fu determinata e disse al Signore che gli avrebbe dato 7 giorni di tempo per fare qualcosa per lei, sennò si sarebbe uccisa.
Dopo due giorni, tornando a casa, vide che lungo la strada c'era un tendone e sul tendone questa scritta: "Gesù salva".
Subito si ricordò della preghiera fatta qualche giorno prima. Infatti, in 14 anni che viveva in quel posto, non c'era mai stato niente del genere e lei prese quella presenza come un segno della volontà di Dio di farsi conoscere. La sua, non fu una conversione immediata. Quella sera entrò nella tenda e stette ad ascoltare pochi minuti ed andò via. Poi per un paio di sere seguenti, tornò in quella tenda, rimanendo sempre un po' di più. Fino a quando finalmente gridò al Signore, e il Signore entrò nel suo cuore e lo trasformò in un cuore ripieno di gioia. Rimaneva però, nella vita della sorella, quel trauma infantile. Dopo alcuni anni, lei si ricongiunse col padre; ma non riusciva completamente a perdonarlo, o comunque non riusciva ad amarlo realmente; troppo grande la ferita. Ma il Signore ha fatto anche questo, sanando ogni ferita nel suo cuore, consentendogli così di tornare ad amare suo padre.
Dopo il tempo delle testimonianze, c'è stata la predicazione del fratello ????????????????? che ha chiaramente sottolineato la necessità di andare a Gesù per ottenere la salvezza.
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Il servizio mattutino è stato presentato dal fratello Giuseppe Giardino, della comunità di Gela mente la corale della comunità di Messina s'è occupata della musica.
Come da programma, abbiamo avuto uno studio a cura del fratello Carmine Napolitano, pastore della comunità di Cicciano (NA).
La relazione, basata sul tema generale del raduno: "Il mandato di Gesù alla Chiesa", era intitolata: Evangelizzazione, comunicazione, educazione: per una teologia dell'evangelizzazione.
In questo breve resoconto, sono soltanto accennati i tratti salienti dello studio. (Lo studio completo è visualizzabile a questa pagina).
Innanzitutto, il fratello Carmine ci ha riferito di aver notato all'interno delle varie chiese locali, una certa risensibilizzazione all'evangelizzazione. Ha quindi sottolineato che ciò è quanto meno curioso, visto che in passato l'evangelizzazione è sempre stata l'attività principale delle chiese.
Si è poi accennato alla complessità dei nostri tempi. Tempi in cui molte ideologie e conseguentemente molti valori sono venuti meno. C'è stato un mutamento di prospettive che nella società di oggi ha provocato il venir meno di punti di riferimento forti; c'è un forte senso di precarietà.
Evangelizzare oggi significa confrontarsi con questa realtà. Evangelizzare e parlare di evangelizzazione è complicato perchè dell'evangelizzazione non si parla, l'evangelizzazione si fa. Inoltre, un'altra complicazione è costituita da ciò che già l'apostolo Paolo aveva individuato come conseguenze dell'evangelizzazione; vale a dire le due diverse attitudini di chi ascolta: l'evangelo è scandalo per alcuni e pazzia per altri.
Ciò che non si è trattato in questa relazione è "l'impegno e il dovere di ogni cristiano di annunciare l'evangelo" dandolo per scontato perchè "il cristiano o è un testimone o non è nulla". Essere testimone, chiaramente, implica che per evangelizzare, per risultare credibile, c'è bisogno di aver sperimentato ciò che si predica.
La relazione era quindi orientata ad analizzare l'atto concreto dell'annuncio evangelistico prendendo in esame soprattutto le dinamiche legate alla comunicazione e l'approccio educativo all'evangelizzazione.
Dopo aver chiarito ciò, il fratello ha sottolineato che tenere in considerazione la comunicazione, diventa imprescindibile per evangelizzare.
Comunicare vuol dire mettersi in relazione e non solo "mettersi a parlare". Comunicare può significare esprimere qualcosa, ma anche trasmettere qualcosa. L'evangelizzazione non deve soltanto esprimere concetti ma anche trasmettere.
Si è poi ricordato che l'evangelizzazione non è data solo dalle parole. Comunicare, se si parla di evangelizzazione, può essere anche lo stile di vita, che dà o toglie credibilità.
Comunicare-evangelizzare è diventato complesso perchè complesso è diventato il nostro interlocutore, anche per i motivi accennati in precedenza.
Un altro concetto importante da assimilare è che durante l'evangelizzazione non è in gioco il messaggio, ma colui che reca il messaggio. Questo, per dire che nell'evangelizzazione si può solo dire ciò che sempre si è detto. Il "COSA" è scontato. Ciò che è importante invece è il "COME" evangelizzare oggi.
Perché sia efficace, l'evangelizzazione dev'essere comprensibile e accettabile dall'interlocutore. Questo è il problema: capire cosa percepisce il nostro interlocutore del nostro messaggio, che comunque sarà sempre lo stesso.
Vale dunque l'espressione di Paolo in I Corinzi 9:22: "mi sono fatto ogni cosa a tutti, per salvarne ad ogni modo alcuni". Il fratello ha giustamente sottolineato che quest'atteggiamento non è un compromesso, bensì un "immedesimarsi". Questo calarsi nei panni dell'interlocutore è fondamentale perché le etichette sono trappole: non bisogna avere pregiudizi sull'interlocutore senza aver provato a capirlo. Chi evangelizza, non dovrebbe occuparsi di sottolineare le differenze col proprio interlocutore; piuttosto cercare di minimizzare le differenze e porsi sullo stesso piano, cercando di creare una sorta di empatia.
In buona sostanza, colui che evangelizza non dovrebbe mai mettersi sul piano di giudicare chi gli sta di fronte ma invece dovrebbe proporre semplicemente un’alternativa alla situazione in cui si trova colui che ascolta.
Infine, è stato ricordato ciò che ogni credente che evangelizza dovrebbe tenere a mente in ogni circostanza in cui si trova ad annunciare l’evangelo. E cioè che la conversione non è un qualcosa che appartiene alla comunicazione. Il credente non deve porsi altro problema se non quello di annunciare. La conversione è qualcosa che riguarda esclusivamente colui che ascolta. L’impegno dell’evangelista invece è quello di essere un canale di comunicazione tra Dio e gli uomini.
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Nel pomeriggio di sabato c’è stato l’incontro con le varie comunità. In questo tipo di riunione viene dato spazio alle comunità che abbiano dato la propria adesione. Ogni comunità ha la facoltà di presentarsi, eseguendo cantici, recite o altro.
I giovani della nostra comunità hanno aderito a questo tipo di incontro, proponendo una recita ed una mimica. Il responsabile della nostra comunità per questo tipo di attività è il fratello Gennaro Piscopo. La recita che abbiamo eseguito a Scalea è totalmente originale ed è stata scritta proprio dal fratello Gennaro.
La mimica invece, è stata presa da Internet ed è basata su un brano del gruppo musicale Lifehouse. La scena ha una notorietà internazionale, ma in Italia non è ancora così famoso e quindi si è deciso di presentarla al raduno.
Queste rappresentazioni sono state accolte molto favorevolmente dai fratelli di Scalea. Ma ogni cosa che facciamo, la facciamo alla gloria di Dio e siamo felici di poter dare una testimonianza legata alla presentazione di questo mimo. Al di là dei vari consensi che ci sono stati rivolti dopo le nostre rappresentazioni, c’è stato un ragazzo che ha raccontato di essere arrivato a Scalea, valutando seriamente l’idea di suicidarsi. Era profondamente sconsolato per l’andamento della sua vita in quel momento. Ma attraverso quella rappresentazione, il Signore gli ha dato incoraggiamento per non lasciarsi vincere da questi pensieri. Se le decine di giorni di prove svolte faticosamente dai nostri giovani fossero servite anche soltanto a questo, già sarebbe molto più di quanto potessero sperare. Quindi diamo gloria a Dio per come anche da queste cose il Signore riesce ad operare il bene.
(Guarda i video delle rappresentazioni su YouTube: La recita | La mimica)
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Nella serata di sabato abbiamo avuto una seconda relazione sul tema “Il mandato di Gesù”. Il relatore della serata è stato il fratello Emanuele Campo, pastore della comunità di Busto Arsizio (VA).
Ciò che segue, non pretende di essere una versione scritta dell’esposizione orale del fratello ma semplicemente abbiamo provato a delineare i punti-chiave della relazione di questa serata.
Innanzitutto il fratello ha fatto una distinzione fondamentale tra discepolo e credente. Senza essere discepoli non possiamo assolvere al mandato. Come ogni mandato, anche quello che Gesù ha dato alla chiesa ha un inizio e una fine. La fine del nostro mandato è costituita chiaramente dal ritorno di Gesù. Tra l’inizio e la fine ci sono LACRIME, DOLORE e SOFFERENZE.
Un discepolo sa discernere le proprie emozioni e non vive per esse; non cambia il suo umore in base alle sue sensazioni.
Il discepolo inoltre è disposto alla rinuncia. Si sacrifica per il proprio padrone. Inoltre, è stata fatta una riflessione su quell’attitudine presente in tanti credenti di rivolgersi a Dio dicendo: “Signore voglio servirti”. Il fratello ha sottolineato che quest’affermazione equivale a dire: “Signore voglio essere un tuo discepolo”.
I discepoli vivono in vista della vita eterna e ciò cambia il loro stile di vita. Vivono per fede
E qui, il fratello ha cominciato ha parlare della fede. In Luca 18:8 Gesù rivolge all’uditorio un interrogativo inquietante: “Quando il Figliuol dell’uomo tornerà sulla Terra, troverà la fede?” Cosa intendiamo per fede? Intendiamo sia i princìpi di fede (es.: Gesù è l’unico salvatore) sia l’attesa di qualcosa, lo spirito di aspettativa.
Crescere in fede / Perdere la fede
Come si cresce in fede? Attraverso la Parola di Dio. Com’è scritto in Romani 10:17 “Così la fede vien dall’udire e l’udire si ha per mezzo della Parola di Cristo”. Solo chi vive la propria vita mettendo in pratica la Parola di Dio porta frutto perché Dio onora la Sua Parola. Un esempio pratico: Giosuè era scoraggiato per la morte di Mosè e Dio gli dice: “Questo libro della legge non si diparta mai dalla tua bocca…”; è questa dunque la condizione per crescere in fede.
La fede invece la si perde quando ci scoraggiamo e di conseguenza ci allontaniamo dalla Parola di Dio.
In questo discorso, qual è il ruolo dello Spirito di Dio? Lo Spirito Santo ci consolo sicuramente, ma Egli ci convince anche. Dire: “Signore consolami” è abbastanza paradossale se la nostra vita è nel peccato. Lo Spirito ci deve convincere.
Infatti noi non abbiamo soltanto diritti davanti a Dio ma anche dei doveri, tra cui spicca su tutti il mandato di Gesù. Ed è lo Spirito Santo che dà modo di adempiere al mandato. Lo Spirito ci permette di agire perché continua l’opera di Gesù, l’opera che Gesù vuole continuare rendendo partecipe la Sua Chiesa.
Gesù è capo e compitor di fede. Gesù compie la nostra fede, la rende perfetta. Però per fare ciò, c’è bisogno che noi abbiamo gli occhi su di Lui, contemplare Dio, specchiarci nella Sua Parola. Gesù ci chiama ad essere fedeli, già nelle piccole cose.
Infine il fratello ci ha rivolto un’ultima esortazione esprimendo uno dei concetti più forti di tutto il convegno e cioè che “CIO’ CHE NON SI CURA, SI PERDE”.
Il fratello ci ha esortati a:
- curare la fede;
- curare la relazione con Dio;
- curare la conoscenza della Parola di Dio.
Alla fine della relazione, il fratello Emanuele Campo ha invitato ad andare avanti chi avesse il desiderio di consacrarsi maggiormente al Signore, come un vero discepolo e non un semplice credente. E successivamente i vari pastori hanno pregato per coloro che ne sentissero il bisogno. Inoltre si è pregato per gli ammalati e si sono vissuti momenti di comunione intensa.
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Quello di domenica mattina è stato l’ultimo servizio di culto del convegno. La parte musicale è stata a cura della corale di Gela, che era mancata nei giorni precedenti; neanche il fratello Giacomo Loggia, pastore della comunità di Gela nonché presidente della C.C.P.I., ha potuto partecipare ai primi due giorni del raduno, ma è riuscito ad intervenire per questo culto di domenica mattina, ed è stato lui stesso a predicare.
Il fratello ha letto più punti dalla Parola di Dio ed ha analizzato i vari tipi di chiamate da parte del Signore. In particolare s’è concentrato sul passo del rapimento di Elia, in cui Eliseo a più riprese decide di voler seguire Elia in qualsiasi posto sarebbe andato. E questa dovrebbe essere l’attitudine del credente, che dovrebbe seguire Dio in ogni circostanza, sia essa favorevole a noi o meno. La visione di Dio è diversa dalla nostra e Dio sa ciò ci cui abbiamo bisogno. Il fratello ha anche analizzato l’attitudine che dovrebbe avere ogni credente quando viene chiamato dal Signore. Bisogna accettare subito ciò che il Signore ci dice di fare e non avere tentennamenti; è necessario convincersi che il Signore, con tutto ciò che Egli ci chiede di fare, va messo al primo posto.
Dopo la predicazione, abbiamo avuto, così come la sera precedente, altri momenti di comunione e di preghiera, per poi chiudere il servizio e il raduno e darci appuntamento all’anno prossimo.
Ringraziamo Dio per come ci dà modo di vivere raduni di questo tipo. Sappiamo che la Parola di Dio incoraggia l’unione dei fratelli. È scritto nei Salmi: “Ecco quanto è buono e piacevole che i fratelli dimorino insieme”. Ciò è qualcosa di gradito a Dio e in queste occasioni benedice sempre tanto la vita di tutti coloro che sono disposti a ricevere da parte sua. Queste inoltre sono occasioni per affacciarci in realtà diverse, modi di fare diversi da quelli che siamo abituati a vedere e costituiscono pertanto, un arricchimento per tutti e una benedizione da parte di Dio. Dio benedica il suo popolo. AMEN!°
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